DA ORISTANO AL BIVIO PER PUTZU IDU
(Km. 13,600)
Laddove finisce Oristano scorre l’ultimo tratto del Tirso, il più grande (in tutti i sensi) fiume dei sardi.
Non potrebbe iniziare meglio il nostro viaggio.
Benché il corso sia stato profondamente trasformato ed offeso, al punto che talora è assai arduo distinguere il nobile alveo da un plebeo collettore di acque reflue, questo fiume è ancora oggi in grado di offrirci suggestivi angolini di discreta qualità.
Dove le greggi s’insinuano nella golena, potete scommetterci, sono presenti anche gli Aironi guardabuoi.
A dispetto del nome nazionale e della più diffusa iconografia che li vuole appollaiati sopra i pachidermi africani ma in ossequio ai padroni di casa, da queste parti scelgono di farsi trasportare proprio dalle pecore.
Una volta oltrepassato il ponte ci ritroviamo nel Sinis, anzi nel suo confine convenzionale.
È infatti consuetudine far coincidere il limite orientale di questo celebre territorio proprio con il tracciato della S.S. 292. Pertanto per chi percorre, da Sud verso Nord, l’arteria stradale trova alla sua sinistra alcuni degli accessi per i più noti ambienti naturali: la suggestiva penisola di Capo S. Marco con Tharros, la ricca laguna di Mistras, lo stagno di Cabras, le spiagge di quarzo di Is Aruttas, la riserva naturale, ultimo baluardo della macchia mediterranea, di Turri e Seu, ecc.
Questi luoghi costituiscono un concentrato di importanti valori naturalistici ed ospitano, in tutti i periodi dell’anno, preziose comunità faunistiche: grandi stormi di Folaghe ed anatidi tra i quali Moriglioni, Mestoloni e Codoni.
Ma con un po’ di pazienza, e la solita scorta di fortuna, anche anatre rare ed altrove scomparse come Fistioni turchi, Canapiglie e Morette. Non mancano mai, inoltre, gli aironi.
Secondo la stagione della visita possiamo incontrare l’Airone rosso o il cenerino ma anche l’Airone bianco maggiore.
Ma ancora piccoli aironi, certamente le comunissime Garzette o le più riservate Nitticore o magari le Sgarze ciuffetto o anche i Tarabusini.
Ma se preferite le pattuglie acrobatiche potrete osservare allora i rapaci, autentiche macchine da volo.
Le evoluzioni aeree di cui sono capaci riservano un’emozione indescrivibile.
Qui sopravvivono ancora buone popolazioni di Poiane, Falchi di palude, Gheppi ed albanelle ma per i più fortunati il Sinis riserva la spettacolo del dominatore del cielo: il Falco pellegrino, l’alato da guinness poiché detiene il record di velocità in picchiata.
Eppure il Sinis non è solo un sistema di zone umide, una tappa di sicuro interesse è possibile compierla nella primaria macchia mediterranea di Turri e Seu, riserva naturale con interessanti vestigia storiche lasciata ai posteri dall’ultimo discendente di un’antica famiglia di notabili oristanesi ed attualmente gestita dal WWF.
Lungo i sentieri interni è ancora semplice incontrare la Pernice sarda, magari con i pulcini al seguito, oppure imbattersi nelle strascicate delle tartarughe, qui ancora libere a casa loro.
Questa è la parte meridionale del Sinis.
Oltre la nostra strada ci conduce fino all’abitato di Riola Sardo da dove potremo, scegliere se proseguire per gli stagni di Mari Pauli e di Pauli e’ Sali (seguendo la strada che ci riporta a Cabras) oppure soffermarci a Mare Foghe.
Quest’ultimo, che delimita l’abitato settentrionale del paese e che oggi ci appare come una grande area paludosa, inaccessibile e misteriosa: una vera e propria area tabù.
Era infatti il rifugio del mitico “boj foragnu” (letteralmente bue infernale) così come veniva interpretato il verso cupo e profondo del Tarabuso (in realtà un uccello della famiglia degli aironi purtroppo oggi scomparso).
Non cadiamo nel tranello però, infatti il termine “mare” nella parlata dell’oristanese indica le distese acquitrinose, derivando dallo spagnolo “marismas”, e dunque con un significato diverso dall’italiano.
Superato il ponte sul “Mare Foghe” ci incamminiamo verso la parte superiore del Sinis il cui accesso principale è costituito dalla strada che conduce alle borgate del comune di San Vero Milis.
Da qui raggiungiamo gli stagni dei Fenicotteri: il piccolo stagno di Sa Marigosa a Su Pallosu, lo stagno di Sa Salina Manna separato dal mare solo dal cordone dunale sul quale è stata costruita recentemente la strada costiera, gli stagni de Is Benas e di Pauli Murtas ma soprattutto Sale Porcus.
ensate che qualche anno fa in questo ambiente salmastro sono stati contati oltre 11.000 fenicotteri tutti insieme: un vero stagno rosa. Nelle sue sponde sta sorgendo (il primo in Italia) un centro di documentazione e ricerca con annessa una piccola mostra specializzata su questo elegantissimo trampoliere.
Un semplice consiglio è tuttavia necessario: nei periodi caldi la maggior parte degli stagni sono asciutti e perciò spopolati dalla fauna acquatica.
Altri ambienti di particolare interesse naturalistico sono rappresentati dalla penisola di Capo Mannu,dalle scogliere si Su Tingiosu, dall’isola di Maldiventre, circa 80 ettari di superficie emersa a testimonianza delle vicende geologiche che hanno interessato la zona e l’isoletta del Catalano, che con un diametro di appena 230 metri è poco più di uno scoglio ma importante scalo per gli uccelli marini.
